Niente, più niente al mondo di Massimo Carlotto

giugno 3, 2014 § 3 commenti

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NOTA: sono indietrissimo con le recensioni, ma sto cercando di recuperare!

Questo è un libro che volevo leggere da tanto*, ma non mi ero mai resa conto di quanto breve fosse, infatti si tratta più che altro di un racconto, nemmeno una novella. Niente più niente al mondo è un monologo, il monologo di una donna di mezza età, che lavora come colf, appartiene alla classe operaia (anche se in realtà forse è una classe che non esiste nemmeno più) e racconta la sua vita, una vita tutta “a risparmiare per non avere nulla, solo la certezza che in futuro potrà solo andare peggio. Una vita da discount, da cinesi, da rate a interessi zero, da affari imperdibili. Che sono sempre una fregatura.”

La protagonista è una donna amareggiatissima, che ha perso quasi subito tutti i suoi sogni di ragazza che dalla provincia sposava un uomo intelligente, che pensava l’avrebbe fatta vivere come una signora. Invece i licenziamenti, l’inflazione, la concorrenza degli immigrati portano la sua famiglia a vivere sempre contando i soldi fino all’ultima lira, sempre al risparmio, mercificando perfino il sesso matrimoniale. E mercificando anche l’unica figlia che, essendo carina, viene spinta costantemente a prendere ispirazione dal mondo della televisione, a proporsi a qualche trasmissione, al Grande Fratello, a vendersi in modo più o meno eclatante, tutto per evitare una vita di miseria economica. Miseria che però solo economica non è, perché è evidente che mancano gli strumenti culturali per poter affrontare una situazione difficile, ma che questa donna prende di petto nel modo peggiore, contabilizzando tutto.

Sono solo poche pagine, che si leggerebbero veloci se non fossero proprio indigeste, che tratteggiano un’Italia davvero meschina, che io non conosco ma che non sono così ingenua da pensare che non esista. Per tutto il monologo ho continuato a pensare che però il pensiero, la riflessione ci devono aiutare nel momento della difficoltà economica, perché è vero che la povertà abbrutisce proprio perché obnubila, ci impedisce il pensiero, però ci dev’essere sempre un qualcosa, una passione, un amore per la vita, per le piccole cose, che ci impedisca di inacidirci completamente. E qui non si parla solo di amarezza, di acidità, c’è un epilogo drammaticissimo, tremendo, ed episodi anche prima molto pesanti (come la denuncia al commissariato di polizia del fidanzato della figlia, reo di essere extracomunitario).

Quello di Carlotto è mondo consumista al massimo, dove trova valore solo la scelta economicamente valida, anche se umiliante per lo spirito. Non c’è salvezza nella famiglia della protagonista, fra un marito debole, de-mascolinizzato dalla mancanza di lavoro, dalle delusioni, da una moglie che gli contesta costantemente di essere stato un pigro, un fallito, una figlia deresponsabilizzata che vuole solo divertirsi, vivere normalmente e non pensare alle cose brutte, anche se questo non è possibile, ovviamente, nel contesto in cui vive, una madre morta nel corridoio di un ospedale e non si sa di che cosa perché tanto non è importante, signora, era vecchia, cosa cambia? La frase niente più niente al mondo, che viene costantemente ripetuta, proviene dalla canzone ‘Il cielo in una stanza’, suonata al matrimonio della protagonista molti anni prima, quando ancora sperava, e pensava di avere un futuro. Ora però descrive l’irrimediabilità dello sprofondamento morale, di un esito incomprensibile e violento, fra l’altro costantemente filtrato dalla protagonista attraverso la prospettiva della televisione.

Niente più niente al mondo è un racconto grottesco, ripugnante, che vorremmo negare, rifiutare eppure continuiamo a leggere pagina dopo pagina con la fascinazione dell’orrendo. Da questo punto di vista riuscitissimo, io fra l’altro ho visto che è stato portato in teatro come monologo (non so se è nato come monologo teatrale però) e ne immagino la potenza su un palcoscenico. D’altra parte, però, secondo me è un po’ mancante come racconto perché accenna solamente, abbozza, in modo teatrale e forte, certo, ma comunque senza approfondire storicamente e sociologicamente, una questione che è importantissima (stiamo parlando, ma questo è spoiler, degli omicidi in famiglia) e che forse è anche trattata in modo semplificato. Diciamo che difficilmente lo consiglierei soprattutto per la tematica, però ha colpito, questo è sicuro!

* per completezza, dico che di Carlotto ho letto diversi libri, incluso Il fuggiasco, che racconta della sua latitanza, ma tutti molti anni fa, secondo me in un momento in cui era particolarmente pubblicizzato per via del film tratto da Arrivederci amore, ciao. E’ uno scrittore bravo, che ha un po’ inaugurato il noir nostrano (ma proprio nostrano, si parla di Nordest) e però consiglio solo a chi ama il genere perché onestamente è molto cupo come autore.

Canale Mussolini di Antonio Pennacchi

maggio 20, 2014 § 2 commenti

Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no? Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. Perché dovevamo venire qui? Lì eravamo sempre stati e lì stavano tutti i nostri parenti. Conoscevamo ogni ruga del posto e ogni pensiero dei vicini. Ogni pianta. Ogni canale. Chi ce lo faceva fare a venire fino a qua?

Mi sto rendendo conto, man mano che mi interesso della letteratura italiana (la mia letteratura, la nostra letteratura) che ci sono molti scrittori in gamba. Insomma, non ci sono solo i grandi del Novecento, ci sono anche scrittori attuali (più o meno giovani) che difendono bene il nostro paese. Antonio Pennacchi è uno di questi. Canale Mussolini è il romanzo che l’ha portato alla mia attenzione (perché ha vinto il Premio Strega nel 2010) ma in realtà l’autore ha già pubblicato moltissimi libri, anche perché è del 1950.

Canale Mussolini racconta una storia italiana, ambientata principalmente nella Pianura Padana e nell’Agro Pontino (una zona paludosa del Lazio bonificata durante il governo fascista con la costruzione, appunto, del Canale Mussolini per defluire le acque), dove si sono trasferite moltissime famiglie del Nord, specialmente dal Veneto, come quella dei Peruzzi, la cui storia (nella prima metà del Novecento, più o meno) viene raccontata da un loro discendente, la voce narrante del romanzo. Il tono del racconto è pertanto colloquiale e colorito, perfino gigionesco (qualche lettore se n’è lamentato) e gli eventi narrati sono lontanissimi da qualsiasi retorica, tant’è che il ritornello del romanzo è proprio ognuno gà le sò razòn: le scelte politiche dei Peruzzi (e non solo, ovviamente) sono molto prosaiche e talvolta perfino frutto del caso.

Canale Mussolini è un romanzo originale perché parla di fascismo, ma ne parla in modo schietto, senza farsi bloccare dai tabù, raccontando fondamentalmente le vite di uomini e donne normali, vissuti incidentalmente sotto il regime fascista, ma di fatto alieni a ogni tipo di ideologia. Sicuramente un romanzo provocatore, che fa pensare, ma anche divertente, grazie alla voce scanzonata del narratore, che mette in bocca il dialetto veneto pontino anche a Mussolini e addirittura a Hitler, e racconta la storia della sua famiglia con una buona dose di creatività ma sicuramente anche con moltissima umanità, creando una saga famigliare davvero avvincente. Consigliato: sicuramente leggerò altro di Pennacchi.

Venuto al mondo di Margaret Mazzantini

marzo 16, 2014 § 5 commenti

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E’ stato più facile prima correre sotto le granate che dopo passeggiare sulle macerie.

Quest’anno mi sono riproposta di leggere un libro italiano al mese, perché trovo scorretto ignorare la letteratura del mio paese, e sono convinta che ci siamo molte perle che aspettano solo di essere trovate. La Mazzantini non mi era piaciuta in Non ti muovere però di questo Venuto al mondo ho sentito parlare in termini tanto positivi da incuriosirmi.

Venuto al mondo è la storia di Gemma che, ormai cinquantenne, torna dopo molti anni a Sarajevo, su invito del vecchio amico Gojko. Con sé porta Pietro, frutto del suo amore per Diego, un fotografo genovese che ormai non c’è più. Il viaggio diventa un’occasione per ripercorrere il passato (e così scopriamo come inizia la storia tra Gemma e Diego, come finisce, e come nasce Pietro) e per parlare di una terra violentata dalla guerra.

E’ bello leggere un romanzo che parla della Bosnia e di Sarajevo come di un luogo di cui innamorarsi, popolato da persone forti e veraci. Per me i Balcani sono sempre stati un sinonimo immediato di odio e guerra e anche se questi aspetti sono molto presenti in Venuto al mondo, c’è molto di più nella rappresentazione di questa terra. Purtroppo io proprio non riesco ad apprezzare lo stile di scrittura della Mazzantini. In un romanzo che vuole essere crudo, io vedo solo manierismo, costruzione precisa delle frasi e della trama ma con un eccesso di particolari, di storie, di similitudini, che finisce con lo stomacare. A tratti la scrittura funziona, ma più spesso no. Le parti sulla guerra sono toccanti, ma il resto della storia pare costruito a tavolino per commuovere, fa stonare tutto, anche le parti che suonano più genuine.

Ci sono delle cose che mi sono piaciute, delle riflessioni, dei personaggi (Gemma no, Gemma non si può vedere, e che sia la voce narrante non aiuta), però avrei fatto a meno di molto melodramma, di molte infiorettature, di molta dispersione. Il troppo stroppia: mi pare come quando, da bambini, mischiavamo tutti i colori aspettandoci l’arcobaleno, e invece ci ritrovavamo con una pozzetta color fango. Ogni tanto ho trovato qualche filo di rosso, di blu, di verde, che non si era perso nel fango, ma non posso dire di aver apprezzato molto il risultato finale. Credo proverò con Il catino di zinco (di cui ho letto una bella recensione, e che, se non altro, è breve) però se non trovo niente di cui innamorarmi nemmeno in quel testo, ci rinuncio.

Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante

marzo 6, 2014 § 2 commenti

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Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per la prima volta solo in quella circostanza. Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed ero diventata, questo è certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza un’ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei. (316)

Storia di chi fugge e di chi resta doveva essere l’ultimo libro della trilogia di Elena Ferrante (dopo L’amica geniale Storia del nuovo cognome), ma fortunatamente siamo stati graziati: il prossimo autunno è prevista l’uscita del quarto volume (e per fortuna, dato che questo ovviamente non conclude nulla).

Come sempre centrale alla storia è l’amicizia tra Lenù e Lila, anche se ora vivono distanti, il loro è un rapporto al massimo telefonico e Lila quasi scompare nella trama, emergendo solo in un momento centrale ma tutto sommato lasciando la scena a Lenù. Altrettanto centrale il rapporto con Napoli e con tutte le persone del rione, con il passato. Lenù si sta per sposare con il suo professore, e tramite lui sta per sposare la sua famiglia borghese, acculturata, studiosa. Il suo libro ha avuto successo e si sta godendo il meritato successo. A breve sarà a Firenze, dove il futuro marito ha già ottenuto, pur giovanissimo, una cattedra. Insomma il futuro è di Lenù, che finalmente sta per fuggire dalla povertà di Napoli e dalla grettezza della sua famiglia, mentre Lila lavora come una schiava nella fabbrica di insaccati di Bruno Soccavo, cresce Gennaro e vive con Enzo, anche se non stanno insieme.

Al di là della trama, che riserva le solite sorprese, a tratti molto melodrammatiche, mi piace sottolineare due aspetti su cui ho riflettuto molto:

uno è lo sfondo dell’Italia degli anni Settanta, con le dimostrazioni studentesche, le estremizzazioni politiche, la lotta armata e il terrorismo: trovo molto ironico che Lenù, che ha appena realizzato il sogno di una vita, ovvero si è borghesizzata, si ritrovi in un ambiente culturale in cui diventa imperativa la contestazione, il rifiuto dei valori borghesi – Lila d’altra parte, che è immersa davvero nella realtà della miseria operaia, si rende conto fin da subito che la contestazione politica e i sindacati non cambieranno nulla, e che la violenza politica non è che un’estensione dei rapporti di forza che esistono da sempre nel rione;

il nascente femminismo fa colpo su Lenù che ha passato una vita a cercare di adeguarsi a qualche ideale e ora scopre di non essere mai stata capace di fare quello che a Lila viene naturale: ho faticato tanto sui libri, ma li ho subìti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro se stessi. Ecco come si pensa. Ecco come si pensa contro. Ma quando la donna riesce ad esprimere qualcosa di reale, a fare qualcosa di sentito, abbattendo un tabù, di solito le si ritorce contro. Non dubita forse Lenù che gli approcci indesiderati che subisce dopo la pubblicazione del suo romanzo siano collegati al suo raccontare in poche pagine la sua dolorosa esperienza di sesso sporco? Non pensa forse che chi legge quelle pagine la reputi automaticamente più disponibile?

Di questa trilo-quadrilogia si possono dire sicuramente molto cose: che si legge con l’entusiasmo solitamente riservato ai polpettoni storici; che fa riflettere, e parecchio, perché l’autrice non si ferma davanti a nulla e l’analisi psicologica delle sue protagoniste è devastante, clinica e pertanto – inevitabilmente – di immediata identificazione; che la Ferrante scrive divinamente. Non mi interessa assolutamente chi tu sia, Elena Ferrante, ma ti prego, continua a scrivere!

XY di Sandro Veronesi

febbraio 3, 2014 § 2 commenti

Si ritorna lì. Si ritorna sempre lì. Se Alberto non stava delirando, se non si è inventato tutto, se non è paranoico, o parafrenico, allora è successo qualcosa di, di – non so neanche come definirlo. Cosa dovrei dire? Che parola dovrei usare? Soprannaturale? E va bene, la uso: se Alberto non si è inventato tutto, allora è successo qualcosa di soprannaturale. Ecco, l’ho usato. Soprannaturale. E’ successo qualcosa di soprannaturale. E’ possibile. Se esistono le parole per dirlo, è possibile. Qualcosa di soprannaturale. Non fa nemmeno tanto effetto – e il problema, alla fin fine, non è questo. Il problema, se Alberto non si è inventato tutto, è che qualunque cosa sia successa, quella mattina, alle nove e quarantacinque, soprannaturale o no, è successa anche a me. (100)

Ho abortito, un anno fa. Dopo me ne sono pentita, me ne sono pentita immensamente, ma ormai era fatta e non si poteva rimediare. Ho abortito perché Alberto mi aveva messa incinta a tradimento, ora non sto a spiegarti come ma fidati, sapendo benissimo che eravamo agli sgoccioli e non avrei mai accettato di fare un figlio con lui. Ero furiosa, indignata, e ho agito come se non ci fossero alternative – dando per scontato che quella sola fosse la soluzione del mio problema. Invece un’alternativa c’era, e consisteva nel non considerare quel che mi era capitato come un problema, bensì come un’opportunità: un’opportunità per accettare, per l’appunto, anziché negare, per accogliere anziché rifiutare, e avvicinarmi alla donna che ho sempre desiderato diventare – autonoma, coraggiosa, generosa, saggia. E la verità è che io quell’opportunità l’ho anche vista, non è che nel furore del momento io non l’abbia vista: l’ho vista e ho fatto in tempo a riconoscere che il mio bene passava di lì: non abortire, dare un solenne calcio in culo ad Alberto ma tenere quel figlio non programmato – proprio perché non programmato, è chiaro? – e consegnarmi a un futuro improvvisamente – e meravigliosamente – ignoto, del quale non potevo prevedere alcunché, al quale non potevo porre condizioni – cioè quello che sognano tutte le persone insoddisfatte: un grande palpitante cambiamento, una svolta vera. Quest’opportunità io l’ho vista, l’ho riconosciuta come il mio bene ma poi subito dopo l’ho negata, e ho abortito. E’ successo esattamente come quando mi sono tagliata il dito, quindici anni fa – ed ecco perché non posso stupirmi, a questo punto, che quella cicatrice si sia riaperta: anche allora, quando stavo per compiere l’atto autolesionistico, nell’istante in cui stavo attaccando la crosta del pane col coltello sbagliato, io ho visto la sequenza di azioni giuste che avrei dovuto compiere – e poi però, l’istante dopo, ho ugualmente compiuto quella sbagliata. Io la chiamo sindrome di Bezuchov, come quel personaggio di Guerra e pace che si chiede perché, dopo avere riconosciuto dove sta il bene, continua a fare il male. (347-8)

E’ da tempo che desidero leggere Sandro Veronesi, anche se inizialmente mi sarebbe piaciuto provare La forza del passato, di cui comunque non so un granché (ma la copertina è bellissima). XY mi è capitato tra le mani grazie a Bookmooch, ma credevo si trattasse di un romanzo generazionale (tipo generazione X, generazione XY, per capirci :)). In realtà si tratta di tutt’altro.

XY parte strutturalmente come un giallo: la narrazione a due voci (subito non si capisce bene chi sono queste due persone) si concentra su un episodio particolarmente violento accaduto a Borgo San Giuda, un paesino della montagna trentina. Diversi cadaveri vengono rinvenuti intorno ad un albero che Beppe Formento ghiacciava tutti gli anni per i turisti che portava in giro con la slitta. E’ subito chiaro che questa tragedia ha molti risvolti incomprensibili: le vittime sono tutte morte per cause diverse, alcune naturali (cancro) altre no (un boccone di pane in gola) altre ancora inconcepibili (ferite da squalo). Lo stesso albero ghiacciato è diventato completamente rosso e le analisi rivelano che la colorazione è dovuta alla presenza di sangue. Non solo è incomprensibile come ciò sia avvenuto, ma il sangue contiene talmente tanti DNA da poter immaginare che contenga il DNA di tutti.

Don Ermete è il prete di Borgo San Giuda, un paesino di poche anime, fondamentalmente quattro famiglie originarie incrociate fra di loro, un posto per cui si era reso disponibile anni prima quando alla morte del loro precedente prete non era stato possibile trovare un sostituto. Don Ermete è un prete moderno (ascolta De André, ha una formazione scientifica, un passato apparentemente burrascoso e misterioso) ma ha anche una fortissima vocazione, e spirito di sacrificio. La reazione dei paesani alla tragedia lo spaventa, così come lo spaventa la sua stessa reazione di dubbio, al punto che decide di chiedere aiuto.

Giovanna Gassion è una ex campionessa sciistica, carriera abbandonata per una serie di motivazioni fra cui un banale incidente in cui si era ferita malamente un dito tagliando del pane con il coltello sbagliato. Ora lavora come psichiatra per la ASL ed è proprio lei che riceve la richiesta di aiuto di don Ermete. Invece di mettere in moto la macchina burocratica, però, Giovanna decide di prendersi un periodo di aspettativa e trasferirsi a Borgo San Giuda, ospite nella canonica, fingendo di essere un medico generico per non alienarsi le simpatie degli abitanti. Una decisione avventata causata soprattutto da due motivi: il primo è che l’ex fidanzato, Alberto, coinvolto professionalmente nelle indagini sulla strage di Borgo San Giuda, approfitta della sua curiosità per riavvicinarsi a lei e Giovanna decide di ‘scappare’ da questa intimità forzata, forte anche delle informazioni riservate che lui le ha rivelato; il secondo, più importante, è che lo stesso giorno della strage a Giovanna si riapre la vecchia ferita alla mano, nel sonno, senza motivo apparente, e le sembra che i due avvenimenti non possano che essere collegati.

I due cercano di aiutare gli abitanti di Borgo San Giuda, che sembrano aver sviluppato tutta una serie di stranezze e patologie a seguito della tragedia, con l’unica eccezione di un ragazzo che, al contrario, sembra rifiorire. Ma l’atmosfera inquietante, misteriosa, ambigua comincia a pesare sulle spalle sia di don Ermete che di Giovanna, fino a quando non decidono di mettere le carte in tavola e raccontarsi tutto quello che sanno (anche don Ermete ha delle informazioni riservate, grazie ad una confessione). Purtroppo la logica non è di nessun aiuto nel dipanare questa matassa (apparentemente le morti sono avvenute tutte nello stesso momento, lo stesso momento in cui si è riaperta la ferita di Giovanna; un esperto di squali ha analizzato il cadavere e ha confermato la morte per attacco di squalo, solo che lo squalo identificato in base ai morsi è estinto da secoli; le persone incaricate delle indagini le hanno coperte con il segreto di stato e hanno divulgato notizie false, addirittura arrivando a decapitare post mortem tutti i cadaveri per poter sostenere pubblicamente l’ipotesi di un attacco terroristico). La Ragione si deve arrendere alla Fede: gli eventi non sono spiegabili, si tratta del Male Assoluto, qualcosa che non può essere spiegato, etichettato o analizzato, ma si può affrontare solo armati di Fede e Bene.

Ammetto che questo romanzo è un po’ caotico, l’autore mi ha dato l’impressione di non sapere bene come portare a casa il messaggio (che poi che messaggio è? penso l’idea che l’incomprensibile esiste, e forse in generale sarebbe meglio evitare di analizzare così a fondo la nostra esistenza, ma piuttosto accettarla e viverla) in un finale che a me è piaciuto molto (bellissimo l’ultimo capitolo, un flusso di coscienza di Giovanna) ma che in generale capisco abbia deluso, perché del grande mistero ovviamente non veniamo a scoprire nulla. Ma quando belli, e credibili e avvincenti sono i due protagonisti, che sono riusciti ad avere tutta la mia attenzione per più di duecento pagine, nelle quali, diciamoci la verità, non succede un bel nulla? Terribilmente commovente la confessione di Giovanna, che rivela a don Ermete, il suo _grande peccato_, mentre lui decide di tenere il suo per sé.

La generosità di un prete che è un soccorritore da situazioni impossibili, di una donna che seppure spinta anche da considerazioni egoistiche decide di abbandonare la logica per fare una scelta difficilmente difendibile (per entrambi) è di grande ispirazione. Il concetto di comunità, in cui tutti si aiutano perché tutti si conoscono e non si può indossare una maschera (è vero che a Borgo San Giuda tutti hanno un segreto, ma sono segreti per gli estranei, fra di loro invece sono segreti di Pulcinella) spaventa come attrae, ma sicuramente scegliere di vivere in questo modo è degno di ammirazione.

Consiglio vivamente questo romanzo, se vi piace l’introspezione. Consiglio anche di leggerlo senza aspettative e preconcetti per quanto possibile. Io sicuramente continuerò a leggere Sandro Veronesi.

La briscola in cinque di Marco Malvaldi

novembre 7, 2013 § 2 commenti

Primo della serie dedicata al BarLume, La briscola in cinque è ambientato in un fittizio paesino di mare toscano, dove il cadavere di una giovanissima ragazza viene rinvenuto nel cassonetto dell’immondizia di un parcheggio di periferia. I sospetti cadono subito sul ragazzo/amico della vittima, ma ben presto l’abitudine locale di spettegolare a più non posso ha l’effetto di delineare un po’ meglio la situazione e far emergere i primi dubbi.

9076862Il gestore e proprietario del BarLume, Massimo, un personaggio particolare, viene coinvolto nel caso perché il ragazzo che ha scoperto il cadavere si ferma al suo bar per telefonare alla polizia, e poi lui stesso lo riaccompagna sul luogo perché la polizia non gli ha creduto, dato il suo evidente stato di ebbrezza. Massimo al locale è circondato da una cricca di vecchini (uno dei quali è suo nonno) che passa la giornata al bar fra una sigaretta, un gelato, e una partita a briscola, e ben presto viene a sapere diverse cose che gli fanno capire, insieme ad un particolare notato sul luogo del ritrovamento, che il sospettato numero uno non può essere l’assassino.

Purtroppo questo romanzo per me è stata una delusione: è piacevole e si legge velocemente e certo non mi aspettavo che fosse un capolavoro, però pensavo mi sarei affezionata a questi vecchini del BarLume e invece ho fatto fatica tutto il tempo anche solo a distinguerli e comunque non sono loro che si occupano dell’indagine ma il barista. L’ambientazione non è quella che mi aspettavo (lo so, dovrei leggerle le quarte di copertina) non siamo in un idillico paesino toscano di campagna ma in una località balneare in cui stanno buttando giù tutto per ricostruirlo a misura di turista. Dello stesso barista, a parte le fissazioni di non voler servire quello che la gente gli chiede, si viene a sapere gran poco (e invece l’aspetto umano in questi gialli è sempre la parte migliore) a parte il fatto che legge Quel che resta del giorno, e non è poco, lo so.

Richiesta gentile a chi mi legge e conosce Malvaldi: vale la pena di proseguire la serie? O è meglio forse provare con uno dei suoi romanzi ‘singoli’? Mi dispiacerebbe metterlo da parte.

La piramide del caffè di Nicola Lecca

ottobre 22, 2013 § Lascia un commento

17161166La piramide del caffè racconta la storia del giovane Imri che, cresciuto in un orfanotrofio in Ungheria, non appena diventa maggiorenne decide di trasferirsi a Londra dove, ospite della generosa, nonché in bolletta, Lynne, trova un lavoro come commesso in una caffetteria della catena Proper Coffee. Imri è un personaggio talmente buono e positivo da sembrare quasi un sempliciotto: per lui ogni angolo di Londra è meraviglioso, la Proper Coffe è un paradiso in terra che ti offre delle grandi opportunità, è giusto dire sempre e comunque la verità nuda e cruda e sogna di vivere al St. George Wharf (che per lui assomiglia alla casa di Batman). Parallelamente alla storia di Imi, conosciamo anche l’orfanotrofio da cui proviene, e i vari orfani che sembrano tutto sommato condurre vite ben più felici di quanto ci si potrebbe aspettare.

La storia di Imri mi ha ricordato un po’ Amélie, con tanti comprimari positivi (Lynne, ma anche il collega spagnolo Jordi e il commesso di libreria Morgan) e alcuni cattivi da cartone animato (i direttori di filiale, la vicina di casa) che sono vere e proprie macchiette. Anche le macchiette, però, possono causare dei danni e ammaccare i sogni dei migliori, però nel romanzo di Lecca intervengono alcuni improbabili, svogliati super eroi che mettono le cose a posto.

Forse La piramide del caffè è un romanzo un po’ lieve, che contiene però tante verità e ha un modo delizioso di raccontarle. La sua levità, poi, viene distrutta brevemente ma catastroficamente, da un paio di accenni davvero oscuri (Esther Bathory e Myra Hindley) che aprono una fessura verso un mondo decisamente più disordinato di quanto non possa sembrare.

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