La nostalgia felice di Amélie Nothomb

maggio 8, 2014 § 3 commenti

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Tanta gente mi chiede di raccontare. Cerco di rispondere e quello che dico suona falso. Come potrebbe essere altrimenti? Urto contro il muro dell’indicibile. Non so se bisogna raschiarlo per ottenerne una particella infinitesimale o se è decisamente meglio scavarci una galleria. (118)

Amélie Nothomb è una scrittrice che leggo e amo da tempo (qui e qui trovate delle recensioni recenti). In particolare trovo affascinanti i suoi romanzi autobiografici. Tempo fa sono entrata in libreria in cerca di questo ma ho trovato La nostalgia feliceCon che gioia l’ho acquistato! Devo ammettere che non ne sono rimasta folgorata come con altri libri (Stupori e tremoriMetafisica dei tubi, Sabotaggio d’amore) e non è un romanzo che consiglieri ai neofiti della Nothomb, ma l’ho amato comunque.

Amélie, figlia di un diplomatico belga, passa i primi anni della sua vita in Giappone, poi ci ritorna a vent’anni e infine a quarant’anni le viene offerta la possibilità di tornare una seconda volta, per un documentario. L’esperienza è sconvolgente, considerando l’amore della scrittrice per questa terra, e per alcune delle persone che la popolano (in particolare, la sua tata che potete vedere anche in copertina e l’ex fidanzato Rinri).

Fino a oggi il mio idillio con il Giappone è stato perfetto. Contiene gli ingredienti indispensabili agli amori mitici: incontro abbagliante nel corso della prima infanzia, sradicamento, lutto, nostalgia, nuovo incontro all’età di vent’anni, tresca, relazione appassionata, scoperte, peripezie, ambiguità, unione, fuga, perdono, strascichi. (25)

Il resoconto di questo viaggio è in parte frustrante (perché è sconnesso, parziale, sfrondato)

Tutto quello che amiamo diventa racconto. […] Quanto si è vissuto lascia una musica nel cuore: è quella musica che ci si sforza di ascoltare tramite il racconto. Si tratta di scrivere questo suono con i mezzi del linguaggio. Un’operazione che presuppone tagli e approssimazioni. Si sfronda per mettere a nudo il turbamento che ci ha conquistati. (7)

in parte dona più di quanto ci si possa aspettare. Ad esempio, io mi sono innamorata dei giapponesi anche solo grazie a questo passaggio:

Per tradurre quanto abbia nostalgia dei miei anni di gioventù nel Kansai, sento l’interprete utilizzare il termine nostalgic invece dell’aggettivo natsukashii, che considero una delle parole emblematiche del Giappone. Dopo l’intervista, nel taxi che ci accompagna al ristorante prenotato dall’editore, cerco di chiarire la cosa con Corinne. – Natsukashii definisce la nostalgia felice – risponde – l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza. I suoi lineamenti e la sua voce esprimevano dispiacere, perciò si trattava di una nostalgia triste, che non è una nozione giapponese.

Si può non ammirare una nazione che non possiede il concetto di nostalgia triste? Ed infatti rientrando a casa, Amélie si ripromette di non essere più triste, di concedersi solo la nostalgia felice. Eppure questo viaggio sembra in parte un fiasco anche per lei: il Giappone di Amélie esiste nella terra dei ricordi, ma nella realtà incontrare persone che non si vedono da vent’anni per subito poi abbandonarle, rivedere luoghi che a volte sono stati stravolti senza giudizio ([…] non c’è futuro per ciò che è soltanto poetico. (101)) e dover rientrare poi in Francia, in una Parigi che non viene descritta nel migliore dei modi, sembra decisamente frustrante. Quindi, un viaggio dovuto, necessario, ma forse proprio per poterselo lasciare alle spalle, perché ormai questa è una terra che non esiste più. E, come afferma Amélie nella citazione a inizio post, rimane in fin dei conti un’esperienza indicibile.

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Into the Wild di Jon Krakauer

aprile 24, 2014 § Lascia un commento

L’ultimo autoritratto di Chris, con il messaggio: I HAVE HAD A HAPPY LIFE AND THANK THE LORD. GOODBYE AND MAY GOD BLESS ALL!

I now walk into the wild.

Una piccola premessa: non sono una grande amante della vita all’aria aperta – mi piace camminare, anche in montagna (in modo del tutto amatoriale) ma il mio habitat naturale è sicuramente un ambiente chiuso provvisto di libri. Into the Wild non è esattamente il mio genere, l’ho letto perché tutti ne parlavano bene e volevo capire se c’era arrosto oltre al fumo. Non sono estranea al fascino dell’idea di ritirarsi in solitudine nella natura, ma per me rimane un esercizio intellettuale – non penso neanche per un attimo di farlo sul serio. Ho delle grosse difficoltà a capire chi rischia la propria vita per pochi attimi di esaltazione e adrenalina e tendo sempre a pensare che debbano essere persone estremamente annoiate dalla propria vita per darle così poco valore. Forse Into the Wild mi ha in parte aiutato a capire questa mentalità (At long last he was unencumbered, emancipated from the stifling world of his parents and peers, a world of abstraction and security and material excess, a world in which he felt grieviously cut off from the raw throb of existence.), in parte confermato che nasce fondamentalmente da un disagio (“I think maybe part of what got him into trouble was that he did too much thinking. Sometimes he tried too hard to make sense of the world, to figure out why people were bad to each other so often. A couple of times I tried to tell him it was a mistake to get too deep into that kind of stuff, but Alex got stuck on things. He always had to know the absolute right answer before he could go on to the next thing”).

Jon Krakauer è un giornalista che si è ritrovato a dover scrivere un reportage sulla macabra fine di Chris McCandless, un ragazzo ventiquattrenne di buona famiglia i cui resti vennero ritrovati nel 1992 all’interno di un bus-rifugio nella terra selvaggia a nord del monte McKinley, in Alaska. Una storia che lo ha colpito moltissimo (anche a causa di una grande identificazione in alcuni aspetti caratteriali di Chris) e che lo ha spinto a decidere di scriverci un libro. Christopher Johnson McCandless si laurea in storia ed antropologia nel 1990 e subito dopo dona i suoi risparmi, libera il suo appartamento e si mette in viaggio con la sua vecchia Datsun. Quando fu costretto ad abbandonare l’auto, bruciò i suoi ultimi risparmi e i suoi documenti di identità e continuò i suoi vagabondaggi in autostop. Dopo mesi di autostop, vita sulla strada e lavori occasionali, durante i quali Chris conosce molte persone che rimangono affascinate dalla sua personalità, decide di affrontare il viaggio della sua vita: l’Alaska. Affascinato da sempre da questa terra selvaggia, Chris desidera dimostrare che è possibile viverci solo di quello che offre la terra. Armato di pochissimi strumenti (tra cui un fucile) sopravvive per 112 giorni per poi soccombere alla denutrizione (probabilmente a causa di una neurotossina ingerita tramite dei semi di una pianta commestibile, neurotossina non ancora studiata all’epoca).

La storia di Chris normalmente provoca odio o amore. Jon Krakauer è profondamente affascinato da questo ragazzo carismatico ed estremista che rifiuta la vita strutturata della società e si rivolge alla natura per ottenere un significato e uno scopo più profondi. Molti lettori del libro lo vedono come una figura eroica, una persona che ha avuto il coraggio di vivere davvero la sua vita, pertanto profondamente ammirevole nonostante lo sfortunato esito del suo esperimento. Altri, invece, vedono la sua storia come una cautionary tale: cosa non fare mai – la storia di un imbecille che si è addentrato nelle terre disabitate dell’Alaska senza attrezzatura appropriata, senza nemmeno una bussola o una cartina aggiornata, senza un piano, senza avvisare nessuno di dov’era e senza dare notizie di sé alla famiglia. Con il senno di poi, una maggiore conoscenza della zona o anche solo una maggiore organizzazione gli avrebbero salvato la vita, ma questa non sarebbe stata il genere di avventura perseguita da Chris. I suoi detrattori sottolineano anche quanto l’idealismo e il romanticismo ingenuo di Chris stiano ispirando altre persone altrettanto idealistiche e romantiche, che potrebbero seguirne i passi e morire a loro volta altrettanto inutilmente.

Personalmente, trovo affascinante Chris, e valide alcune delle sue argomentazioni (anche se non approvo mai l’integralismo morale, perché non trova riscontro nella realtà. Il mondo è troppo complesso per questo). La storia della sua vita fa riflettere. Le poche parole che ha lasciato fanno riflettere. D’altra parte, le principali sensazioni che mi hanno accompagnato durante la lettura sono state profonda tristezza e smisurato orrore (e anche, devo dire, uno spiacevolissimo senso di voyeurismo). NOn si può giudicare la sua scelta scindendola dall’orribile esito. Apparentemente Chris è riuscito ad affrontare la sua vita da tramp e la sua incombente fine con gioia e accettazione, ma io sicuramente non riesco a vedere il motivo per farlo. Non riesco a non pensare all’orrore dei suoi ultimi giorni e all’orrore della sua famiglia quando ha scoperto cosa gli era successo, e quanto vicino era, inconsapevolmente, alla salvezza. Non riesco a non pensare al fatto che sarebbe diventato qualcuno, se fosse sopravvissuto, che l’estremismo della sua gioventù si sarebbe smussato, che sarebbe diventato più comprensivo e tollerante nei confronti delle persone diverse da lui, che forse avrebbe scoperto che il seme del cambiamento della vita risiede nella nostra testa e nel nostro animo, e non necessariamente nelle condizioni oggettive della nostra vita.

Concludo con uno stralcio da una sua lettera a un amico conosciuto durante i suoi vagabondaggi:

So many people live within unhappy circumstances and yet will not take the initiative to change their situation because they are conditioned to a life of security, conformity, and conservatism, all of which may appear to give one peace of mind, but in reality nothing is more damaging to the adventurous spirit whithin a man than a secure future. The very basic core of a man’s living spirit is his passion for adventure. The joy of life comes from our encounters with new experiences, and hence there is no greater joy than to have an endlessly changing horizon, for each day to have a new and different sun. If you want to get more out of life, Ron, you must lose your inclination for monotonous security and adopt a helter-skelter style of life that will at first appear to you to be crazy. But once you become accostumed to such a life you will see its full meaning and its incredible beauty. […] Don’t settle down and sit in one place. Move around, be nomadic, make each day a new horizon. […] You are wrong if you think Joy emanates only or principally from human relationships, God had place it all around us. It is in everything and anything we might experience. We just have to have the courage to turn against our habitual lifestyle and engage in the unconventional living.

Diario di Anne Frank

marzo 29, 2014 § 2 commenti

Non voglio far la fine di gran parte della gente, che non ha vissuto per uno scopo. Voglio essere utile o procurare gioia alle persone che vivono attorno a me ma che lo stesso non mi conoscono, voglio continuare a vivere dopo la morte! E per questo sono davvero grata a Dio di avermi fatta nascere dandomi così la possibilità di svilupparmi e di scrivere, e dunque di esprimere quello che ho dentro!

Scrivendo mi libero di qualsiasi cosa, mi passa il malumore, mi si solleva il morale! Ma il problema fondamentale è: riuscirò mai a scrivere qualcosa di grande, sarò mai una giornalista e scrittrice?

Se questo fosse un romanzo, potrei fare una serie di considerazioni.

La prima è che queste pagine riescono benissimo a rendere le frustrazioni e l’esaltazione tipiche dell’età di Anne. Per me sono passati molti anni, eppure ricordo ancora molto bene i piccoli litigi con i miei genitori, la frustrazione di sentirsi trattati da bambini, e l’anelito a qualcosa di più grande, il sapore di sogni grandiosi e assurdi. Anne fa risuonare le sue parole di queste vive emozioni.

La seconda è che la vita di Anne è fin troppo banale: nel bel mezzo di uno dei più grandi disastri della storia umana, lei e i suoi coinquilini si preoccupano del cibo, delle scarpe, dei turni in bagno. Solo raramente le pagine del diario trascendono la quotidianità di una realtà che superficialmente può sembrare quasi normale. E’ in questi momenti che io sobbalzo, come lettrice, perché mi rendo conto di quanto sia improbabile che una persona che deve nascondersi per salvarsi la vita sappia essere tanto pacata da parlare di mitologia e di primi amori – eppure è proprio così.

Perché questo, ovviamente, non è un romanzo, bensì un diario, una testimonianza storica il cui valore è proprio quello di renderci partecipi di una vita, ammirevole o meno, non importa, perché quello che conta è l’umanità di questa ragazzina presa nelle maglie di un evento storico indimenticabile. Come tale, è impossibile dare una valutazione a questo scritto, e trovo abbastanza assurdo trovare nelle varie recensioni online un certo tipo di giudizi (come, ad esempio, il fatto che Anne sia una ragazza viziata: ma davvero?). Leggere certe frasi, ben sapendo cosa è successo ad Anne Frank e alla sua famiglia, è una vera e propria sofferenza.

In ogni caso, una di quelle letture che possono avere o non avere un valore letterario, ma sono necessarie da un punto di vista umano. Forse il diario di Anne Frank ha avuto una sorte migliore di altri scritti dello stesso periodo, diventando universalmente famoso, e forse ci sono altre testimonianze che sono ancora più necessarie di questa, ma le parole di Anne sono una metafora di quanto sia ancora e sempre importante ricordare, riflettere, sperare.

Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson

febbraio 24, 2014 § 3 commenti

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Mi ero ripromesso che prima dei quarant’anni avrei vissuto da eremita nei boschi.
Sono andato a stare per sei mesi in una capanna siberiana, sulla sponda del lago Bajkal, all’estrema punta del capo dei Cedri del Nord. Il primo villaggio è a centoventi chilometri di distanza, non ci sono vicini, nessuna strada di accesso. Di tanto in tanto una visita. D’inverno temperature di meno trenta gradi, d’estate gli orsi in riva al lago. Insomma, un paradiso.
Mi sono portato libri, sigari e vodka. Il resto – spazio, silenzio e solitudine – c’era già. In quel deserto ho inventato per me stesso una vita sobria e bella. Ho vissuto un’esistenza che ruotava intorno a gesti semplici. Ho assistito al trascorrere dei giorni guardando il lago e la foresta, ho tagliato legna, pescato per mangiare, ho letto molto, camminato in montagna e bevuto vodka di fronte alla finestra. La capanna era un posto di osservazione ideale per cogliere i fremiti della natura.
Ho conosciuto l’inverno e la primavera, la felicità e la disperazione e, in ultimo, la pace.
Nella taiga ho subito una metamorfosi. Nell’immobilità ho ritrovato qualcosa che il viaggiare non mi dava più. Il genio del luogo mi ha aiutato ad addomesticare il tempo. Il mio eremitaggio è diventato il laboratorio di queste trasformazioni. Ogni giorno ho annotato i miei pensieri su un quaderno. Adesso quel diario è nelle vostre mani.

Essendo sia un’accanita lettrice che una persona piuttosto introversa, l’idea di passare sei mesi in una capanna in compagnia di un’accurata selezione di libri, senza compagnia umana se non strettamente occasionale, mi affascina parecchio. Sylvain Tesson è un viaggiatore francese che ad un certo punto della sua esistenza sente la necessità di isolarsi dal mondo, fermarsi, e perdersi nella contemplazione di ciò che lo circonda e del sé (questo mi ha ricordato Desolations Angels di Jack Kerouac).

E’ molto interessante il fatto che l’autore abbia scelto un luogo di isolamento che richiede un grosso impegno fisico: una capanna sulla sponda di uno dei laghi più freddi del mondo, in Siberia. Un posto dove fare legna è imperativo, gli sbalzi di temperatura massacrano il portatile e nemmeno il telefono satellitare funziona un granché. D’altra parte, molto tempo libero: per pensare, leggere, bere vodka, fumare sigari ed esplorare la natura.

Nonostante la mancanza di avvenimenti interessanti questo reportage mi ha affascinato molto, forse anche perché l’ho letto nell’arco di due mesi e quindi non ho rischiato l’overdose di descrizioni di natura ai limiti della sopravvivenza e riflessioni esistenziali.  Ammetto che non si tratta di un capolavoro: a tratti l’autore è un po’ troppo supponente, altre volte la venalità prevale. Non mi sembra che la sua scelta sia stata molto strutturata o filosoficamente pregnante, ma è una ricerca personale di significato, di un modo diverso di vivere che risulta interessante per gli spunti che fornisce. Detto questo, non so cosa Tesson abbia ricavato da questa esperienza, ma gliela invidio comunque un pochino (solo un pochino, perché io sarei morta al secondo giorno credo). E ho analizzato con fervore la lista dei libri selezionati per l’occasione!

The Assassin’s Cloak – An Anthology of the World’s Greatest Diarists

dicembre 31, 2013 § 2 commenti

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A diary is an assassin’s cloak which we wear when we stab a comrade in the back with a pen. – William Soutar

The Assassin’s Cloak è un’antologia di estratti di diari famosi, organizzati in modo cronologico. Molti tra gli autori scelti sono bianchi, maschi e inglesi, ma è una scelta piuttosto trasparente direi. Purtroppo la maggior parte mi è risultata sconosciuta, e quindi mi è stata molto utile la breve biografia in appendice. Alcuni molto interessanti: Louisa May Alcott, E.M. Delafield, Katherine Mansfield, Samuel Pepys (qui in Italia uno sconosciuto, ma in Inghilterra i suoi diari sono famosissimi), Beatrix Potter, Barbara Pym, la regina Vittoria, Virgina Woolf…

Devo ammettere però che la mancanza di note e di un background storico per me è stata molto pesante. Mi rendo conto che i curatori dell’antologia non potevano sicuramente anteporre ad ogni voce una spiegazione, sarebbe stato assurdo, ma in molti casi mi è proprio mancata e so che esiste internet, ma ho letto questo libro quasi sempre pochi minuti prima di dormire, o la mattina in bagno, nei ritagli di tempo insomma, e senza il computer sotto mano.

L’organizzazione in ordine cronologico è stata molto utile per scandire la mia lettura, ma meno riuscita da altri punti di vista. Ad esempio il primo gennaio inizia con una annotazione di Samuel Pepys, nel 1662 (Waking this morning out of my sleep on a sudden, I did with my elbow hit my wife a great blow over her face and nose, which waked her with pain, at which I was sorry, and to sleep again – io al posto della moglie avrei risposto con una bella vasata da notte in testa, altro che to sleep again!) e prosegue con la descrizione di un approccio amoroso di James Boswell (un giudice appassionato di politica e letteratura, che frequentò Samuel Johnson) nel 1763. A seguire: Sir Walter Scott nel 1829 riflette sulla sua vita priva di eventi significativi; i fratelli Goncourt nel 1866 offrono un’osservazione sul comportamento degli inglesi al ristorante, versus quello dei francesi; Alma Mahler-Werfel (amante di Klimt e poi moglie di Mahler) descrive la disfunzione erettile del marito nel 1902; Katherine Mansfield nel 1914 scrive “What a vile little diary! But I am determined to keep it this year.“; Virginia Woolf nel 1915 “We were kept awake last night by New Year Bells. At first I thought they were ringing for victory.“; Ian Maclean (pastore protestante, padre di Alistar Maclean, romanziere scozzese) descrive il suo rituale mattutino. Conclusione con Adrian Mole (fittizio, ragazzino protagonista della serie scritta da Sue Townsend sotto forma di diario) e le sue risoluzioni per il nuovo anno.

Un approccio che è simpatico inizialmente ma che con il tempo richiede più pazienza di quella che ho avuto io, immagino. Non so quale poteva essere l’alternativa, e temo che il raggruppamento per autore sarebbe stato banale nonché noioso. In ogni caso questa lettura mi ha fatto conoscere delle persone nuove, e approfondire la conoscenza di persone che avevo appena sentito nominare. E’ sempre piacevole leggere i pensieri intimi di qualcuno che ha vissuto una vita così diversa dalla mia e alle volte queste voci sono davvero una porta spalancata sul passato. Nel complesso consiglio l’esperienza, soprattutto perché è un libro che si adatta molto bene all’utilizzo per una lettura quotidiana.

Nella cultura religiosa anglosassone (anche americana) è molto forte l’abitudine del devotional reading, ovvero la lettura quotidiana della Bibbia, ma anche di altri testi, religiosi e non, a scopo di riflessione. Il devotional reading può avere anche un’accezione laica e penso che molti di noi abbiano quest’abitudine anche se non la chiamiamo così. E’ molto bello avere un libro che ci può accompagnare per un anno, ma anche di più, o forse di meno, non ha importanza, ma da cui leggere dei brevi estratti ogni giorno come spunto di riflessione. Per me The Assassin’s Cloak ha rappresentato il primo esperimento di questo tipo, e mi è piaciuto abbastanza da voler replicare, solo che è difficile scegliere un altro libro: ovviamente non può essere un romanzo, sarebbe crudele. Penso che farò una cernita di tutti i libri che possiedo che rientrino nel genere non fiction e li accumulerò sul mio comodino, cercando di capire che cosa funziona per me… E voi, avete un libro, chiamiamolo così per comodità, ‘da comodino’?

The Reading Promise di Alice Ozma

dicembre 9, 2013 § 1 Commento

Il titolo completo di questo memoir è: The Reading Promise: 3,218 Nights of Reading with My Father. Un titolo quanto meno fuorviante, dato che l’autrice parla davvero poco di questi libri condivisi: c’è una lista alla fine, un titolo viene occasionalmente nominato, e all’inizio di ogni capitolo c’è una citazione, ma nel complesso questo è il racconto del rapporto tra Alice Ozma e il padre, e i libri, o meglio la sfida di leggere insieme prima per 100 giorni, poi per 1.000, infine fino al giorno della partenza di Alice per il college, è più che altro una scusa per raccontare gli eventi principali delle loro vite.

Sebbene di facile lettura, non ho capito il vero senso di questo libro: se non parla di libri di cosa parla? Ebbene, parla di una bambina la cui madre se ne va di casa il giorno del Ringraziamento, e il cui padre, impegnato a rastrellare le foglie in giardino, lo realizza solo quando rientra e non trova il tacchino in cottura. Parla di una bambina che trova la madre riversa a terra in cucina dopo un tentato suicidio. Ma questi episodi vengono affrontati con esasperante nonchalance, un’attitudine evidentemente costruita, che mi ha impedito di credere davvero alla voce narrante.

Il padre di Ozma è un bibliotecario di scuola elementare, bravissimo nella lettura ad alta voce e in generale nel suo lavoro. Come padre, è sicuramente molto sopra le righe, ma forse non si può dare troppa importanza a quello che racconta la figlia, narratrice inaffidabile. D’altra parte, le figure della madre e della sorella maggiore, così come quelle delle amiche di Alice, sono così periferiche se non addirittura inesistenti da rendere evidente che l’intero romanzo è praticamente un atto d’amore nei confronti di questo padre single, eccentrico e devoto al suo lavoro, tanto che i capitoli finali si concentrano proprio sui problemi in quest’ultimo campo, quando i presidi delle due scuole in cui lavora decidono di tagliare o ridurre drasticamente le sue ore di lettura, pretendendo che insegni ai bambini l’uso del computer e prendendo altre assurde ed incredibili decisioni.

Personalmente, ho trovato The Reading Promise una gran delusione, ma ho dato un voto intermedio perché penso che, se non mi fossi aspettata qualcosa di completamente diverso, probabilmente l’avrei apprezzato molto di più. Tutto sommato, non mi pare imprescindibile, soprattutto per il tono altamente compiaciuto sia di Alice che, nell’introduzione, del padre.

Nella Last’s War di Nella Last

ottobre 20, 2013 § 2 commenti

Leggere Nella Last’s War è il modo perfetto di capire davvero che cosa abbia significato la guerra (nello specifico la seconda guerra mondiale) per tutte le persone che, senza combattere al fronte, dovevano comunque vivere in una situazione che oggi è assolutamente impensabile.
Nella Last era una casalinga di 49 anni quando scoppiò il conflitto. Viveva con il marito e i due figli a Barrow-in-Furness, una località costiera della Cumbria. Il suo diario cominciò come progetto per Mass Observation, un’organizzazione di ricerca che dal 1936 agli anni Sessanta si proponeva di registrare per i posteri la vita quotidiana della popolazione inglese, sulla base di un gruppo di 500 volontari che partecipavano tenendo diari e rispondendo a questionari. Negli anni Ottanta il progetto fu rianimato e una delle conseguenze fu la pubblicazione di questo volume, in cui il diario di Nella Last venne adattato e ridotto.

863963Nella Last aveva un carattere molto forte e una personalità che esce dalle pagine, motivo per cui è piuttosto difficile immaginarla come bambina malaticcia o moglie sempre malata e sottomessa al marito, dedicata solo a lui e ai figli, mai fuori di casa se non con il marito, che comunque non amava uscire né la compagnia, nemmeno in casa.

Lo scoppio della guerra mette in luce la mentalità estremamente pratica di Nella, sia nell’aiutare gli altri sia nell’organizzare la propria casa e renderla piacevole e pulita. La sua abilità di preparare pasti buoni nonostante il razionamento e gli impegni fuori casa di volontariato è strabiliante. Ricordo molte descrizioni di come preparava i pasti partendo da pochi ingredienti poco appetibili e realizzando un ottimo piatto, o di come nelle occasioni speciali aprisse le torte preparate _mesi_ prima quando c’era più disponibilità di burro e zucchero e che aveva accuratamente conservato.

Questa mentalità fu molto utile nelle attività di volontariato per la guerra, ma lo fu anche la sua capacità di mostrare al mondo un volto sorridente, di fare battute e di essere sempre divertente e forte per gli altri, anche se dal suo diario è evidente che in realtà era una persona _ovviamente_ come tutte le altre, con i suoi dubbi e paure e i momenti di profondissimo sconforto

La decisione di contribuire allo sforzo bellico e di unirsi al WVS (Women’s Voluntary Service), di cucinare in una mensa per i militari e di occuparsi di un negozio dell’usato per raccogliere soldi per i pacchi da mandare ai prigionieri di guerra cambiò radicalmente la sua vita. Questo cambiamento e l’impegno quotidiano nonché la sensazione di essere utile agli altri costituì un considerevole miglioramento per Nella, nonostante ovviamente tutte le angosce relative alla guerra e ai due figli. Un cambiamento che la fece riflettere su quale sarebbe stato il destino di tutte le donne che durante la guerra avevano fatto cose significative e a cui dopo la guerra sarebbe stato magari chiesto di tornare alla vita di prima.

Nonostante la capacità di Nella, sempre più forte con il passare degli anni di conflitto, di godere delle cose più semplici, da una buona tazza di tè a un libro a una gita ai laghi a un buon pasto, nonostante il suo ottimo rapporto con le persone con cui entra in contatto con il suo lavoro, con i vicini e soprattutto con i due figli, nella sua casa c’è sempre un’ombra che è il rapporto con il marito. Uomo chiuso, tradizionalista, poco deciso e poco amante della compagnia e dei cambiamenti, non credo tuttavia che fosse il mostro che a volte si intravede nelle pagine del diario di Nella. Semplicemente credo che l’unione di due persone dai caratteri così diversi e opposti (il marito di Nella pensava che il riposo fosse la cosa migliore per Nella quando ebbe un esaurimento, ma per lei invece la cosa migliore sarebbe stata sentirsi impegnata e utile, e la compagnia) in un periodo in cui una moglie non si ribellava normalmente al marito, ma si assoggettava, abbia creato tensione per anni, una tensione che poi ebbe modo di sfogarsi durante il conflitto.

In ogni caso questo libro è imprescindibile, ed è davvero un peccato che non si possa leggere _tutto_ quello che Nella Last ha scritto, in parte perché alcuni diari vennero persi, in parte per decisione editoriale. In ogni caso ci sono ancora due volumi, che raccolgono il materiale scritto nel dopoguerra e negli anni Cinquanta, e sono davvero ansiosa di procurarmeli!

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