The Last Runaway di Tracy Chevalier

marzo 13, 2014 § 6 commenti

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She had begun with a clear principle born of a lifetime of sitting in silent expectation: that all people are equal in God’s eyes, and so should not be enslaved to one another. Any system of slavery must be abolished. It had seemed simple in England; yet [ … ] When an abstract principle became entangled in daily life, it lost its clarity and became compromised and weakened. (278-9)

The Last Runaway è un interessante romanzo storico della famosa scrittrice Tracy Chevalier (è a lei che penso quando confusamente credo di aver letto chissà quanti libri di Susan Vreeland…). Non credo di essere mai stata totalmente convinta da uno dei suoi romanzi, con l’unica eccezione di Strane creature che, forse complice l’argomento, ho trovato affascinante.

In questa sua ultima uscita, l’autrice ci racconta la storia di Honor Bright, giovane quacchera inglese che nel 1850 decide di trasferirsi in America (a seguito della sorella, che deve andare in Ohio per sposarsi) a causa di una grossa delusione amorosa. Prima ancora di giungere a destinazione, però, Grace, la sorella di Honor, muore dopo una breve e violenta malattia e lascia la protagonista a destreggiarsi, sola e carica di nostalgia, in una casa in cui non è la benvoluta. Le vicissitudini personali di Honor si intrecciano a quelle dei vari fuggitivi che attraversano lo stato cercando la libertà in Canada, e che vengono aiutati da una rete di persone che è passata alla storia sotto il nome di Underground Railroad.

Il romanzo è di piacevole lettura ma ci sono alcuni difetti che, pur non risultandomi insopportabili, ho sicuramente notato. Prima di tutto il personaggio di Honor: la protagonista è simpatica ma particolarmente lamentosa. Per tutto il romanzo, infatti, sembra trovare mille difetti nei cittadini americani e nella società americana (e nel clima, nella frutta, negli alberi, eccetera) senza mai pensare che quello che non va bene per lei non deve essere necessariamente qualcosa di intrinsecamente negativo. Per fortuna a un certo punto ammette lei stessa che “perhaps [ … ] it is not that Americans are so wedded to individual expression, but that we British are too judgemental.” (316) Inoltre ho trovato le sue scelte e i suoi comportamenti poco coerenti (all’inizio del romanzo è chiaro a tutti che Honor non può rimanere a vivere con un uomo non sposato e una donna vedova, ed è chiaro anche che l’unico modo per andarsene è sposarsi. D’altra parte, però, un secondo dopo essersi fidanzata con Jack – a suon di metafore, e dopo quindici parole di conversazione – i due si concedono una bella ruzzolata nel fieno, e quando Honor si trova in disaccordo con la politica della famiglia del marito relativamente ai fuggitivi, scappa di casa incinta di otto mesi e vive per mesi a casa dell’amica Belle e nessuno fiata). Insomma il comportamento di Honor a tratti sembra molto limitato a causa della mentalità del diciannovesimo secolo, a tratti invece pare esageratamente moderno, caratteristica che poi cozza in modo plateale non solo con lo stile di vita quacchero, ma anche con il finale, pure un po’ insulso, dal mio punto di vista.

In conclusione, l’interessante ricostruzione storica di un periodo e di un luogo particolarmente intriganti (è entusiasmante rendersi conto che all’epoca esistevano persone così generose da mettere a rischio la loro stessa vita per poter dare una chance di libertà ai poveri schiavi in fuga) mi rendono felice di aver letto questo libro ma nel complesso non ne sono rimasta travolta, anche se ho trovato la trama piacevole e la lettura scorrevole. Non è stato tempo buttato via ma nemmeno consiglierei in modo particolare questa lettura. Immagino ci siano altri romanzi/saggi migliori, se si è interessanti ai fuggitivi e all’Underground Railway, o anche ai Quaccheri.

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The Little Stranger di Sarah Waters

marzo 10, 2014 § 10 commenti

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Imagine something loosening itself from one of those corners. Let’s call it – a germ. And let’s say conditions prove right for that germ to develop – to grow, like a child in the womb. What would this little stranger grow into? A sort of shadow-self, perhaps: a Caliban, a Mr Hyde. A creature motivated by all the nasty impulses and hungers the conscious mind had hoped to keep hidden away: things like envy, and malice, and frustration… (349)

Sarah Waters è una bravissima scrittrice gallese, nota per il suo romanzi storici, ambientati in epoca vittoriana (e spesso con protagoniste lesbiche). Di suo ho già letto Ladra nel lontano 2010. Era da tempo che volevo leggere anche The Little Stranger e finalmente ci sono riuscita.

The Little Stranger (L’ospite) è una ghost story. Centrale nel romanzo è l’ammirazione, se non proprio la venerazione che il protagonista e narratore dottor Faraday prova nei confronti di Hundreds Hall, l’antica dimora della famiglia Ayres. Se da bambino ci era entrato di soppiatto, in qualità di figlio di una delle domestiche, ora, nel secondo dopoguerra, ci torna in qualità di medico di famiglia. Hundreds Hall è sfortunatamente in rovina: i proprietari – la vedova del Colonnello Ayres e i due figli, Roderick e Caroline – stanno facendo il possibile per mantenerla in piedi ma non ci sono soldi e la loro è una missione senza speranza.

Anche se io non l’ho vissuto come un difetto, ammetto che The Little Stranger potrebbe risultare un po’ lento, ma nel confronto tra gli ultimi rappresentanti dell’aristocrazia locale, ora decaduti, impoveriti, impossibilitati a mantenere la casa di famiglia, e il dottore, un uomo del popolo che si è innalzato al di sopra della sua classe sociale, c’è un intero mondo, sapientemente esplorato dall’autrice, che da solo meriterebbe la lettura. Ovviamente c’è dell’altro. Il dottor Faraday è affascinato dalla casa ma anche dai suoi abitanti, e diviene il loro medico, il loro confidente, un amico perfino, e infine pretendente alla mano di Caroline. La famiglia ha molti problemi ma pian piano gli incidenti e gli eventi inspiegabili che si verificano ad Hundreds Hall si accumulano e la famiglia comincia a credere che la casa sia infestata. E’ davvero così o forse c’è un’altra spiegazione, molto più terrena?

Al di là della preziosa ambientazione storica e analisi di un’epoca dell’autrice, ho trovato godibilissima la trama gotica, anche se – come già anticipato – alcuni lettori potrebbero trovare la narrazione lenta, e soprattutto, credo, il finale poco soddisfacente. Per me, invece, il romanzo è perfetto anche da questo punto di vista. Il finale è ambiguo abbastanza da permettere di poter interpretare la vicenda in almeno tre modi diversi, ma per me tutti gli indizi puntano in una direzione ben precisa.

SPOILER (evidenziare per leggere): E’ molto probabile che l’intruso del titolo sia lo stesso dottor Faraday, che coglie prontamente la prima occasione per insinuarsi nella vita di Hundreds Hall, arrivando addirittura a fidanzarsi con Caroline Ayres. Secondo questa ipotesi, inizialmente gli incidenti sarebbero stati provocati da Faraday per guadagnarsi la fiducia degli Ayres. Successivamente, il suo intervento sarebbe stato rivolto a mettere fuori gioco chi poteva essere d’intralcio al suo sogno di diventare il padrone di Hundreds Hall. E’ possibile pensare che il ruolo del dottore sia stato consapevole come no e che ci sia comunque stata una dose di soprannaturale. Le ipotesi alternative sono a) l’esistenza di un fantasma vero e proprio, possibilmente il fantasma della prima figlia della vedova Ayres, Susan; b) la follia ereditaria degli Ayres, che ha fatto impazzire man mano tutti e tre gli eredi.

Romanzo decisamente avvincente e caldamente consigliato!

Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear

febbraio 24, 2014 § 3 commenti

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Maisie Dobbs fa parte di una serie ambientata in Inghilterra nel primo dopoguerra. In questo primo volume l’eponima protagonista apre la sua agenzia di investigazioni, dopo aver lavorato con il suo mentore Maurice Blanche, che ora però si è ritirato. Il suo primo caso è piuttosto semplice (e anche poco interessante, per noi lettori, se non altro perché i protagonisti vengono abbandonati a caso chiuso) ma la porta a contatto con un mondo, quello dei veterani di guerra, che la tocca in maniera particolare. Venendo a conoscenza dell’esistenza di una comunità, chiamata The Retreat, dedicata appunto ai veterani, Maisie decide di indagare, percependo qualcosa di poco chiaro. L’indagine diventa poi tassativa quando scopre che James, il figlio della sua ex datrice di lavoro Lady Rowan Compton, è intenzionato a trasferirsi a breve proprio in questa comunità.

L’ambientazione del romanzo è davvero meravigliosa. Inizia e finisce nel 1929, ma c’è una parte centrale dedicata a spiegarci chi è Maisie Dobbs (una sguattera di cucina presso la casa di Lady Rowan Compton, che emerge grazie alla passione per la lettura e al diretto interessamento non solo della padrona di casa ma anche del suo amico Maurice Blanche, che istruisce personalmente Maisie e la prepara per gli esami di ammissione a Cambridge) e a descriverci la sua vita prima a Cambridge e poi come infermiera volontaria in Francia durante la Grande Guerra.

Maisie Dobbs è di difficile classificazione: di giallo ha, devo ammettere, ben poco. La prima indagine di Maisie è molto semplice, la sua indagine su The Retreat è più interessante ma lo svolgimento mi è sembrato poco realistico. E’ anche un romanzo storico: la guerra ha un ruolo fondamentale, ha lasciato strascichi nella vita di tutti i personaggi del romanzo, e in quella di Maisie in particolare, e ci vorrà proprio questa indagine per riconciliarla, diciamo, con il suo passato. E’ anche molto interessante vedere come una donna, e di classe sociale bassa, sia stata in grado di emergere in un campo così particolare.

Nel complesso il mio giudizio non è un 4 pieno, perché ho trovato il romanzo poco organico, un po’ dispersivo, e a tratti poco realistico, anche se mi è piaciuto molto, soprattutto la parte di approfondimento sul passato di Maisie. Essendo il primo di una serie, sospendo il mio giudizio in attesa di leggere il secondo volume, ma promette bene.

Una ragazza da Tiffany di Susan Vreeland

febbraio 10, 2014 § 5 commenti

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“Abituatevi a riconoscere la bellezza in ogni momento, in ogni giorno della vostra vita” ci esortò. “Che i vostri occhi siano sempre pronti a cogliere la grazia di una forma, l’eccitazione di un colore”.

Come lo capivo: era quell’atteggiamento a rendere emozionante anche la più comune delle giornate. Per la strada o in un parco, o nel chiuso di una stanza, avevo spesso l’impressione di scorgere piccoli splendori di cui il resto dell’umanità pareva non accorgersi. (22)


Susan Vreeland è una famosissima autrice di romanzi storici, talmente nota che ero convinta di avere già letto qualcosa di suo, mentre in realtà 
Una ragazza da Tiffany (Clara and Mr. Tiffany) è il suo primo romanzo per me. Parla (in modo romanzato, anche se basato su alcune lettere reali) di Clara Driscoll, disegnatrice per Tiffany (la vetreria, guidata da Louis Comfort Tiffany, e non la gioielleria, che apparteneva al padre). Recentemente la scoperta di un carteggio della stessa Driscoll rivelò che molto probabilmente l’ideatrice delle famose lampade Tiffany (in stile Art Nouveau) era proprio lei, e non il suo titolare. Il romanzo ci parla della sua vita, e dell’importanza del reparto femminile della Tiffany Glass and Decorating Company, reparto di cui era responsabile, composto da sole donne, assunte proprio per la loro capacità di scegliere i colori migliori e per le loro capacità creative.

Clara è una donna molto moderna, combattuta tra la passione per il suo lavoro e l’amore. Dopo aver abbandonato la Tiffany (la cui politica aziendale richiedeva solo dipendenti nubili) per un breve ed insoddisfacente matrimonio (finito per vedovanza), ritorna, si concentra sul suo lavoro e dà vita alle lampade Tiffany. Si considera una vera e propria artista, anche se talvolta vive con molta frustrazione la mancanza di riconoscimenti pubblici del suo operato. D’altra parte, anche se la bellezza è tutto, nella sua vita Clara vive due grandi amori che la mettono di fronte ad una scelta difficile. Nella sua vita ci sono anche due uomini che hanno un ruolo molto importante, anche se non sentimentale: il primo è l’esuberante George Waldo, pittore omosessuale suo grandissimo amico, il secondo è lo stesso Louis Comfort Tiffany, nel suo ruolo di mentore.

Una ragazza da Tiffany è brillante nella ricostruzione di un’epoca storica piena di fermenti (la New York di fine Ottocento), ma risente un po’ di una scrittura didascalica. Non solo i dettagli tecnici sono eccessivi (ma non preoccupatevi, il romanzo è davvero scorrevolissimo nonostante la mole) ma soprattutto la narrazione è un po’ piatta, troppo documentaristica e poco romanzata, soprattutto nelle parti sentimentali, che dovevano rappresentare una forte attrazione contrastata dall’amore per il lavoro, e in realtà per me sono risultate poco convincenti. Clara è più credibile quando accetta la sfida di preparare delle enormi vetrate in cinque giorni, o quando si stizzisce per il dover lavorare nell’ombra, che nelle sue sofferenze amorose (e di sofferenze ce ne sono molte: il suo primo marito era molto più anziano di lei e impotente, cosa di cui si rivaleva trattandola malissimo; il successivo fidanzato, Edwin, fratello del pittore George, è un uomo incantevole ma all’improvviso perde la memoria e sparisce dalla circolazione senza dire nulla a nessuno – ricomparendo anni dopo; l’ultima relazione, con il signor Bernard – Clara si sposò realmente con quest’uomo – è inizialmente oscurata dal sospetto – che poi si rivela falso, fortunatamente, che lui sia segretamente fidanzato, o addirittura sposato, durante il loro corteggiamento).

Nel complesso, un romanzo piacevole, di facile lettura e anche molto interessante, che consiglio, nonostante i suoi difetti. Anche la generosità di Edwin, che si annulla per il bene dei poveri immigrati che vivono in condizioni disastrose, o di Bernard che tace la sua passione per non mettere in crisi l’oggetto del suo amore risultano poco coinvolgenti. D’altra parte le vicissitudini lavorative di Clara risulteranno molto avvincenti, e molto più moderne di quanto io mi fossi aspettata. Personalmente, però, non credo che leggerò altro della Vreeland per il momento.

Il prato di camomilla di Mary Wesley

gennaio 26, 2014 § 5 commenti

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Che cosa straordinaria è, pensò Helena togliendo la crema e tornando a spalmarla, che con tutte le cattive notizie dal Medio Oriente, con Walter morto, con la guerra che si diffonde dappertutto, io sia così felice e Calypso, così diversa da me, sembri anche lei divertirsi come non mai. Se non fosse per Hitler, non avrei mai incontrato Max, se non fosse per la guerra, Hector non avrebbe mai deciso di risposarsi. Gli ebrei potranno anche essere schiavizzati, pensò Helena incipriandosi il naso, ma io sono libera da quel noioso, noiosissimo Richard. (193)

Di Mary Wesley avevo già letto Part of the Furniture nel 2010, uno dei miei primi esperimenti con i libri in inglese su Bookmooch. Un’autrice scoperta per caso, quindi. Le tematiche della Wesley a quanto pare ritornano nei suoi romanzi, ma questo Il prato della camomilla (The Camomile Lawn) in qualche modo mi è piaciuto di meno, anche se è il libro che ha reso la sua autrice famosa. Mary Wesley cominciò a scrivere negli anni Ottanta, quando aveva circa settant’anni e questo è il suo secondo romanzo, che ebbe abbastanza successo da essere trasformato anche in una serie tv.

E non stupisce. Siamo nel 1939, la guerra è sul punto di essere dichiarata. Cinque cugini si ritrovano come tutti gli anni nella casa in Cornovaglia di proprietà degli zii Helena e Richard. Oliver, rientrato dall’esperienza della guerra in Spagna, è perdutamente innamorato della mercenaria Calypso, che lo rifiuta perché vuole sposare un uomo ricco. Sophy, all’epoca decenne, è innamorata di Oliver. Polly, il fratello Walter e i due gemelli figli del curato locale completano il gruppo. L’azione si sposta dalla Cornovaglia alla Londra del blitz agli anni Ottanta, quando un funerale è l’occasione per Polly ed Helena di ricordare i loro anni d’oro.

Questo è un romanzo che parla di persone ricche e di problemi da persone ricche. E’ coinvolgente, soprattutto per la rete di relazioni, sessuali e romantiche, che l’autrice tende, ma terribilmente superficiale e politicamente scorretto (vedi citazione a inizio post). L’idea che le donne in tempo di guerra fossero finalmente libere (di divertirsi o di realizzarsi, a piacimento) non è così nuova, ricordo di aver letto molte volte un ragionamento simile nei diari di Nella Last. Eppure posta in questo modo è un’idea molto crudele. Interessantissima la rappresentazione sociale dell’epoca, forse parziale ma sicuramente precisa, dato che si basa sulle esperienze reali dell’autrice. E sicuramente tutti i personaggi sono tratteggiati mirabilmente, ma è impossibile immedesimarsi e tifare per qualcuno di loro (anche se i miei preferiti sono sicuramente Polly e i due gemelli). La filosofia di vita delle protagoniste, specialmente nella loro vecchiaia, è priva di fronzoli e sentimentalismi: da una parte mi attira, dall’altra evidentemente sono troppo puritana 🙂

Non parlerò di generosità perché non ce n’è molta – a meno che non si voglia considerare generosità il condividere il proprio amante con un’altra persona, ed esserne pure amica – anzi in questo mondo sembra che la costante affamata ricerca di vita sia il principio fondamentale, e i sentimenti qualcosa che non bisogna mai mostrare, un segno di debolezza.

Imperfetto ma davvero piacevole, si presta sicuramente a una rilettura e credo che esplorerò meglio la produzione di Mary Wesley. Per farvi capire l’ambientazione vi lascio con l’incipit:

Helena Cuthbertson raccolse la copia sciupazzata del Times che stava accanto a suo marito addormentato e scese nella stanza dei fiori per stirarla.

(Non so nemmeno se esiste la parola ‘sciupazzata’, l’originale è: “Helena Cuthbertson picked up the crumpled Times by her sleeping husband and went to the flower room to iron it.” – come già altri lettori hanno fatto notare, oh, il pensiero di avere una stanza dei fiori, il tempo per stirare il quotidiano ma soprattutto di leggerlo!)

Code Name Verity di Elizabeth Wein

gennaio 13, 2014 § 8 commenti

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Ho acquistato questo volume nel giugno del 2012 (!) senza saperne un granché, solo perché era in offerta su Amazon (versione Kindle). Poi mi sono resa conto che molti lo lodavano e mi sono parecchio incuriosita. Quando la scorsa settimana ho pescato dal barattolo dei libri il post it relativo, ho iniziato a leggerlo molto volentieri e l’ho amato fin da subito.

Code Name Verity è un romanzo storico, ambientato durante la seconda guerra mondiale. Verity è il nome in codice della protagonista, un’agente segreta scozzese, di cui leggiamo la confessione. Verity è infatti rinchiusa in una prigione nazista in Francia, è stata torturata, ha consegnato al nemico importanti informazioni e ora ha ottenuto due settimane di vita in cambio di una confessione scritta. La sua confessione è in realtà più un peana all’amicizia fra lei e la pilota Maddie, che è poi anche la persona che l’ha paracadutata in Francia pochi giorni prima e che probabilmente (sicuramente) è morta nell’impatto.

Ora, fin qui il romanzo è molto bello. E’ una storia d’avventura, di guerra e di spionaggio con due fantastiche protagoniste femminili e nessuna storia d’amore. C’è anche una serie di citazioni al libro Peter Pan. Ma anche se io ho apprezzato molto, a qualcuno potrebbe venire da chiedersi dove sta andando a parare l’autrice. Ecco, voi che siete lì fuori e magari state addirittura meditando di abbandonare il libro, non fatelo! Continuate. La seconda parte del romanzo è il motivo per cui ho dato il massimo dei voti a questo romanzo, e non dirò assolutamente nulla di più, così tutti voi vi godrete il romanzo come si deve.

Per chi ha letto, invece, il romanzo, evidenziare per leggere (attenzione, ENORMI spoiler in agguato): fin dall’inizio avevo pensato che il narratore fosse inaffidabile: Verity scrive una confessione improbabile e racconta se stessa in terza persona, si capiva che non era tutto così chiaro. Però. Non mi ero aspettata per nulla che, invece della collaborazionista che sembrava fosse riuscita addirittura a coinvolgere Engel nella sua rete di spionaggio. E figuriamoci, non avevo nemmeno capito che Maddie era ancora viva. La scena in cui Maddie spara a Julie/Verity però… La capisco ma mi ha fatto un po’ morire dentro… 😦 

Vi consiglio di visitare questa recensione, dove la blogger ha commissionato addirittura una manicure ispirata al romanzo!

Per chi vuole continuare l’avventura, c’è un altro romanzo di Elizabeth Wein, Rose Under Fire, che è ambientato nello stesso periodo anche se, da come ho capito, non ha nessun personaggio in comune.

Edit del 14.01.2014: mi sono accorta che in questa recensione non ho parlato del concetto di generosità, per cui rimedio ora. Il mondo in cui vivono le due protagoniste non permette – per nostra fortuna – una grande identificazione. La partecipazione di Maddie al conflitto nasce più che altro come un’estensione del suo amore per gli aerei e per il volo, mentre le motivazioni di Verity non mi sembra vengano esaminate, ma in entrambi i casi delle scelte che possiamo anche definire personali e non altruistiche mettono questi due personaggi nelle condizioni di poter fare molto di più, di mettersi a rischio per il benessere comune (ammetto che è una visione molto idealistica e soprattutto falsata dalla consapevolezza di cosa è stato il regime nazista) e non sono le uniche (penso a Engel, o anche alla domestica del capitano). E’ un tipo di generosità, di altruismo che noi oggi non abbiamo modo di sperimentare, per lo meno non nella quotidianità delle nostre ordinarie vite. Non posso aggiungere altro per non entrare nei dettagli della trama, ma credo che le scelte delle protagoniste siano stupefacenti!

L’archeologo di Arthur Phillips

dicembre 17, 2013 § 5 commenti

Wow! Questo libro è vertiginoso – e labirintico, nonché pieno di trabocchetti, proprio come mi immagino sia una piramide. Un esempio perfetto di doppio (!) narratore inaffidabile, L’archeologo è la storia di Ralph Trilipush, un archeologo inglese che si trova in Egitto negli anni Venti per scoprire la tomba del (presunto) re Atum-hadu, sullo sfondo della scoperta di Tutankhamon da parte di Howard Carter. Trilipush è finanziato dal padre della sua fidanzata Margaret, un magnate americano, e dai suoi soci, ed il suo resoconto, parte diario di viaggio, parte lettera alla fidanzata, parte relazione sulla sua scoperta, ci presenta un uomo arrogante, tronfio, pieno di sé, privo di qualsiasi senso dell’ironia e terribilmente noioso. Trent’anni più tardi, l’investigatore privato in pensione Harold Ferrell, ormai di stanza in una casa di riposo di Sidney, racconta ad un erede della stessa Margaret gli sviluppi dell’investigazione che, partita come tentato ritrovamento di un erede (illegittimo) di un ricco birraio inglese, Paul Caldwell, lo portò a contatto con Trilipush e con la famiglia del suo finanziatore. Anche Ferrell è molto pieno di sé, pur se in modo meno borioso e più simpatico (per lo meno più accattivante, anche se a un certo punto risulterà ancora più odioso di Trilipush).

Lo svolgersi delle due storie ci fa capire che sicuramente uno dei due narratori ci sta raccontando qualcosa di sbagliato. Ammetto di aver sospettato della reale fine di Paul Caldwell molto presto, ma è stato divertentissimo capire pian piano che la mia intuizione era corretta, e come la cosa era successa (sono ambigua, ma solo perché non voglio rovinare il libro a nessuno!). Non posso dire molto di più, se non che la storia mi ha profondamente appassionato, e anche tremendamente divertito (Phillips ha un’ironia davvero tagliente, e poi certe scene sono davvero divertenti!). Le carte finali, estranee sia al resoconto di Trilipush che alle lettere di Ferrell, mettono i puntini sulle i, ma è il gran finale che lascia senza fiato, anche se forse era prevedibile (ma io stavo pensando a dell’altro ovviamente).

L’autore è bravissimo a rendere interessante una storia narrata da due personaggi davvero antipatici: Trilipush è un arrogante pieno di sé che sfrutta tutte le persone che ritrova sulla sua strada pur di raggiungere il suo sogno e non si ferma davanti a nulla, né il ricatto né l’omicidio. Ruba una personalità fittizia per diventare l’uomo di buona famiglia e dai potenti mezzi che avrebbe voluto (dovuto, secondo lui) essere, e quando il suo piano non va come previsto la sua capacità di reinventare la realtà diventa patologica al punto da decidere di auto-imbalsamarsi identificandosi totalmente nel faraone a lungo inseguito; Ferrell sembra una persona normale, casualmente invischiato in un’indagine piuttosto nebulosa, ma anche lui si fa irretire da un sogno impossibile: l’amore di Margaret, la fidanzata di Trilipush, un personaggio davvero ambiguo, ma secondo me l’unico meritevole di una certa simpatia. Da questo momento in poi le sue motivazioni diventano sempre più ambigue e la sua capacità di discernere la realtà diminuisce sempre più fino a portarlo ad un atto estremo, su cui lui glissa ma che risulta ben chiaro da una delle lettere di Margaret. Mi sarebbe piaciuto molto sapere qualcosa di più di Margaret, o per lo meno dell’interlocutore di Ferrell, che di fatto non gli risponde mai, fatto che mi dà da pensare. Ma non posso certo lamentarmi, questo è un romanzo formidabile e lo raccomando vivamente!

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