The Collaborator di Margaret Leroy

ottobre 23, 2013 § Lascia un commento

The Collaborator (pubblicato anche come The Soldier’s Wife) è un romanzo ambientato sull’isola di Guernsey, come The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society, all’epoca della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca, ma le somiglianze finiscono qui.

Ora che il marito Eugene è al fronte, Vivienne vive nella tenuta di famiglia con la suocera e le due figlie, la quasi adolescente Blanche e la piccola Millie. Quando la guarnigione inglese viene ritirata dall’isola, Vivienne perde l’ultima possibilità di andare a Londra ospite della sorella Iris ed è costretta ad affrontare non solo la guerra, l’assenza del marito e il razionamento, ma anche l’occupazione tedesca. Quando conosce Gunther, però, uno degli ufficiali che hanno occupato la tenuta vicina alla sua, Vivienne si rende conto di provare per lui un interesse molto poco patriottico.

11253331The Collaborator è un romanzo ben documentato ma il taglio della storia lo fa sembrare storicamente inadeguato. Le molteplici liriche descrizioni, l’indecisione della protagonista e le sue scelte-non scelte così assurde stonano sullo sfondo di un’isola occupata, con pochissimo cibo, pochissimo legname per scaldarsi e i nazisti che installano campi di lavoro dove trattano in modo disumano i lavoratori, prigionieri di guerra. Vivienne non ha la minima forza di volontà e tutto ciò che accade è dovuto più alla sua incapacità di fare quello che ritiene giusto che alle sue decisioni, che non solo non sono sofferte ma non esistono proprio. La relazione che instaura con il ‘nemico’ Gunther è priva di pathos, passione, mistero. Prosaicamente i due si incontrano una notte ogni due per fare sesso e Vivienne si preoccupa solo di fraternizzare con i tedeschi ma non, per esempio, del tradimento nei confronti del marito (anche se il loro era un matrimonio infelice, non per questo è verosimile che non ci pensi nemmeno per un minuto). Particolarmente ipocrita il suo comportamento nei confronti delle figlie, assurdo il finale. In generale nessuno dei personaggi ispira empatia, sono più macchiette che persone, con battute ripetitive esclusivamente mirate ad enfatizzare la sofferta storia d’amore di Vivienne e che non danno nessuno spessore psicologico. Migliora leggermente nell’ultima parte, quando l’attenzione si sposta dalla storia d’amore di Vivienne al suo tentativo di aiutare uno dei prigionieri dei tedeschi, ma nel complesso comunque sconsigliato!

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Nella Last’s War di Nella Last

ottobre 20, 2013 § 2 commenti

Leggere Nella Last’s War è il modo perfetto di capire davvero che cosa abbia significato la guerra (nello specifico la seconda guerra mondiale) per tutte le persone che, senza combattere al fronte, dovevano comunque vivere in una situazione che oggi è assolutamente impensabile.
Nella Last era una casalinga di 49 anni quando scoppiò il conflitto. Viveva con il marito e i due figli a Barrow-in-Furness, una località costiera della Cumbria. Il suo diario cominciò come progetto per Mass Observation, un’organizzazione di ricerca che dal 1936 agli anni Sessanta si proponeva di registrare per i posteri la vita quotidiana della popolazione inglese, sulla base di un gruppo di 500 volontari che partecipavano tenendo diari e rispondendo a questionari. Negli anni Ottanta il progetto fu rianimato e una delle conseguenze fu la pubblicazione di questo volume, in cui il diario di Nella Last venne adattato e ridotto.

863963Nella Last aveva un carattere molto forte e una personalità che esce dalle pagine, motivo per cui è piuttosto difficile immaginarla come bambina malaticcia o moglie sempre malata e sottomessa al marito, dedicata solo a lui e ai figli, mai fuori di casa se non con il marito, che comunque non amava uscire né la compagnia, nemmeno in casa.

Lo scoppio della guerra mette in luce la mentalità estremamente pratica di Nella, sia nell’aiutare gli altri sia nell’organizzare la propria casa e renderla piacevole e pulita. La sua abilità di preparare pasti buoni nonostante il razionamento e gli impegni fuori casa di volontariato è strabiliante. Ricordo molte descrizioni di come preparava i pasti partendo da pochi ingredienti poco appetibili e realizzando un ottimo piatto, o di come nelle occasioni speciali aprisse le torte preparate _mesi_ prima quando c’era più disponibilità di burro e zucchero e che aveva accuratamente conservato.

Questa mentalità fu molto utile nelle attività di volontariato per la guerra, ma lo fu anche la sua capacità di mostrare al mondo un volto sorridente, di fare battute e di essere sempre divertente e forte per gli altri, anche se dal suo diario è evidente che in realtà era una persona _ovviamente_ come tutte le altre, con i suoi dubbi e paure e i momenti di profondissimo sconforto

La decisione di contribuire allo sforzo bellico e di unirsi al WVS (Women’s Voluntary Service), di cucinare in una mensa per i militari e di occuparsi di un negozio dell’usato per raccogliere soldi per i pacchi da mandare ai prigionieri di guerra cambiò radicalmente la sua vita. Questo cambiamento e l’impegno quotidiano nonché la sensazione di essere utile agli altri costituì un considerevole miglioramento per Nella, nonostante ovviamente tutte le angosce relative alla guerra e ai due figli. Un cambiamento che la fece riflettere su quale sarebbe stato il destino di tutte le donne che durante la guerra avevano fatto cose significative e a cui dopo la guerra sarebbe stato magari chiesto di tornare alla vita di prima.

Nonostante la capacità di Nella, sempre più forte con il passare degli anni di conflitto, di godere delle cose più semplici, da una buona tazza di tè a un libro a una gita ai laghi a un buon pasto, nonostante il suo ottimo rapporto con le persone con cui entra in contatto con il suo lavoro, con i vicini e soprattutto con i due figli, nella sua casa c’è sempre un’ombra che è il rapporto con il marito. Uomo chiuso, tradizionalista, poco deciso e poco amante della compagnia e dei cambiamenti, non credo tuttavia che fosse il mostro che a volte si intravede nelle pagine del diario di Nella. Semplicemente credo che l’unione di due persone dai caratteri così diversi e opposti (il marito di Nella pensava che il riposo fosse la cosa migliore per Nella quando ebbe un esaurimento, ma per lei invece la cosa migliore sarebbe stata sentirsi impegnata e utile, e la compagnia) in un periodo in cui una moglie non si ribellava normalmente al marito, ma si assoggettava, abbia creato tensione per anni, una tensione che poi ebbe modo di sfogarsi durante il conflitto.

In ogni caso questo libro è imprescindibile, ed è davvero un peccato che non si possa leggere _tutto_ quello che Nella Last ha scritto, in parte perché alcuni diari vennero persi, in parte per decisione editoriale. In ogni caso ci sono ancora due volumi, che raccolgono il materiale scritto nel dopoguerra e negli anni Cinquanta, e sono davvero ansiosa di procurarmeli!

A Very Long Engagement di Sebastien Japrisot

ottobre 7, 2013 § Lascia un commento

Non ricordo esattamente come questo libro è entrato nella mia wishlist, anche se sicuramente l’ho acquistato perché parla della guerra. Dal giugno del 2011 langue fra i miei non letti, nonostante l’entusiasmo iniziale infatti fin da subito ho temuto fosse molto noioso (senza un motivo, non so perché ma ogni tanto ho dei pregiudizi del genere). 

6253A Very Long Engagement in realtà non è per nulla noioso, ma è particolarmente esigente come romanzo. Dopo la fine della prima guerra mondiale Mathilde Donnay si adopera per scoprire come si è svolta realmente la morte del suo fidanzato, con la flebile speranza che possa essere ancora vivo. Le sue indagini portano a galla degli episodi vergognosi e nel complesso questo romanzo si può descrivere come parte mystery, parte romanzo di denuncia, parte approfondita analisi di come una stessa storia possa variare a seconda del punto di vista.

Per il primo terzo del romanzo non facevo che confondere i personaggi (fondamentalmente ci sono quattro soldati che condividono la sorte di Manech, il fidanzato di Mathilde, e leggiamo le vicende di tutti loro) e non riuscivo a simpatizzare con nessuno di questi. Inoltre non appena Mathilde comincia a indagare la faccenda si complica fra nomi di persone, nomi di luoghi e ricostruzioni delle stesse vicende da più punti di vista. Continuo a pensare che dovrei rileggere questo romanzo almeno tre volte per capirci davvero qualcosa, però man mano che le pagine scorrono non ho potuto che ammirare Mathilde (che è un personaggio davvero particolare, forse anche poco realistico per l’epoca) e condividere la sua volontà di scoprire la verità. Quindi inizio deludente ma ripresa fantastica, quindi consigliato a tutti coloro a cui piace l’idea di doversi impegnare un po’ per apprezzare una lettura.

Gillespie and I di Jane Harris

settembre 3, 2013 § Lascia un commento

Jane Harris è già nota per il suo esordio, The Observations (Le osservazioni), un romanzo che molti anni fa entrò nella mia wishlist grazie a questa recensione. Ottenuto poi grazie ad uno scambio su aNobii, il libro rimase in libreria per un po’, fino a che lo scorso dicembre non arrivò il suo momento e devo dire di averlo apprezzato molto, motivo per cui la scorsa estate decisi di acquistare il nuovo romanzo Gillespie and I.

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Le osservazioni mi colpì per la voce narrante, particolare e poco convenzionale per un romanzo vittoriano (vittoriano inteso come ‘ambientato in epoca vittoriana’, chiaro, dato che l’autrice è una nostra contemporanea). Anche la voce narrante di questo romanzo, per quanto diversa da quella di Bessy Buckley, è molto particolare: Harriet Baxter ha ormai ottant’anni quando, nell’isolamento del suo appartamento londinese, decide di raccontare a suo dire la vera storia di Ned Gillespie, riportandoci così nel 1888 quando lei aveva trentacinque anni e si era appena trasferita da Londra a Glasgow per riprendersi dalla morte di una parente che aveva assistito a lungo. Qui casualmente conosce la madre e la moglie di Ned Gillespie, pittore di talento ancora sconosciuto. Harriet si interessa molto al destino di Ned e cerca di agevolarlo in tutti i modi, aiutando e frequentando anche la moglie, le due bambine, la madre e la sorella e il fratello di Ned, rendendosi indispensabile nelle loro vite, anche se talvolta forse eccessivamente invadente. Questa rievocazione del passato viene a tratti interrotta da alcune pagine del diario di Harriet nel 1933, in cui si preoccupa della sua cameriera Sarah, praticamente l’unica persona che vede regolarmente.
A un certo punto nella storia dell’amicizia di Harriet con i Gillespie accade qualcosa. In realtà in tutta la narrazione della prima metà del libro viene anticipato un evento traumatico che però rimane nebuloso, e per questo non ho intenzione di specificarlo. Basti dire che questo evento, e le conseguenze che ne derivano, metteranno tutte le dichiarazioni di Harriet in una luce possibilmente diversa, e ci faranno riflettere molto, soprattutto considerando che il finale è aperto, o meglio il cerchio si chiude ma l’opinione su quanto successo rimane quella del lettore, in quanto l’autrice non si sbilancia più di tanto. In realtà a me sembra piuttosto chiaro quello che è successo, eppure è altrettanto chiaro che non conta cosa sia successo in realtà, ma come l’autrice sia riuscita a tenerci in bilico così a lungo.
Personalmente ho trovato la prima parte forse eccessivamente allungata, dato che non succede poi così tanto, ma assistiamo solo al progressivo coinvolgimento di Harriet nella vita dei Gillespie. Viceversa, alcune cose nella vita passata di Harriet rimangono – volutamente immagino – oscure, non affrontate, decisione che non ho apprezzato tantissimo. Nel complesso comunque un romanzo davvero bello, ben scritto, avvincente, rigorosamente documentato. Mi sono ricordata molto di quanto letto nel saggio The Victorian House (ennesima riprova di quanto giovi leggere della buona saggistica relativa alle nostre ambientazioni romanzesche preferite). Il romanzo mi ha ricordato anche un altro libro, che mi è piaciuto molto ma che preferisco non nominare perché potrebbe essere, indirettamente, uno spoiler. Di certo c’è che Jane Harris entra a pieno titolo nell’elenco degli scrittori i cui nuovi libri sono assolutamente da comprare.

La sonnambula di Essie Fox

agosto 6, 2013 § Lascia un commento

Rivisitazione del romanzo gotico, La sonnambula racconta la storia, pieno di melodramma e colpi di scena, di Phoebe Turner, una ragazzina che vive nell’East End londinese (periodo vittoriano, ovviamente) con la madre e la zia Cissy, sorelle amorevoli nonostante l’enorme differenza tra i loro caratteri e la loro scelta di vita: la madre di Phoebe è una donna profondamente religiosa, molto severa e anche abbastanza bigotta, mentre Cissy è una cantante di varietà ed esercita chiaramente un grande fascino sulla nipote, nonostante la madre consideri il teatro il male. Dopo alcuni cambiamenti che non vi anticipo, Phoebe si ritrova a vivere in una villa, Dinwood Court (la classica mansione gotica) nella campagna inglese, come dama di compagnia della signora Samuels, una donna che vive da reclusa. Qui strane cose accadono e cose ancora più strane attendono di essere svelate.

13431320La mia fascinazione per questo romanzo, quando lo scovai in libreria senza averne mai sentito parlare, è abbastanza scontata: storia gotica, ambientata a Londra e poi nella campagna inglese nel periodo Vittoriano, l’esca era gustosa e io una preda facile. La sonnambula però per me non ha mantenuto del tutto le sue promesse: fin dall’inizio ho intuito il colpo di scena principale e in generale mi è sembrato che sia la quarta di copertina sia lo stile del romanzo promettessero colpi di scena sensazionali mentre invece l’evoluzione della trama è piuttosto prevedibile, senza grosse sorprese. Non posso dire che sia un ‘page turner’ anche se si fa leggere molto volentieri, forse anche perché la protagonista non mi ha detto un granché: all’inizio sembra non sapere dove vuole andare a parare, poi quando decide cosa fare della sua vita, la sua scelta mi è sembrata una forzatura in qualche modo.

In generale però la lettura è davvero piacevole, familiare e anche interessante, e se all’inizio la mia mancanza di empatia nei confronti della protagonista e la prevedibilità della trama mi avevano un po’ disilluso, leggendo mi sono affezionata al romanzo, soprattutto all’atmosfera e all’ambientazione che sono davvero ben rese (sto leggendo in questi giorni anche The Victorian House di Judith Flanders e per una volta posso affermare che l’ambientazione è ricostruita in modo molto realistico (anche se non eccessivamente dettagliato!). Nel complesso un libro che consiglio, però con l’accortezza di non farsi grandi aspettative: non è un melodramma, non ci sono grandi colpi di scena, però sicuramente merita di essere preso in considerazione per qualche serata di piacevole lettura (specifico che il romanzo è scritto davvero bene, in modo scorrevole e non annoia).

Ognuno muore solo di Hans Fallada

luglio 23, 2013 § Lascia un commento

Geoff Wilkes nella postfazione afferma che in questo romanzo Hans Fallada comprende e celebra la banalità del bene, e che questo è ciò che rende questo romanzo così importante. Ognuno muore solo racconta la storia di Otto e Elise Hampel, una coppia di lavoratori di Berlino che, a seguito della morte del loro unico figlio in battaglia, decidono, pur essendo stati disinteressati alla politica fino a quel momento, e semmai simpatizzanti del nazismo, di impegnarsi in un’attività di resistenza, ovvero di scrivere cartoline in cui incoraggiavano i cittadini tedeschi alla resistenza nei confronti del regime, e di abbandonarle in edifici pubblici particolarmente frequentati. La loro storia si intreccia ad altre persone, come l’investigatore che sta indagando su questo mistero delle cartoline o alcuni coinquilini del condominio dove risiedono, o la fidanzata del figlio.

Ognuno muore soloE’ importante leggere anche libri su com’era la vita sotto il regime, la vita del cittadino medio, intendo. E da questo lungo ma appassionante affresco si può evincere che il coinvolgimento delle persone nel nazismo fu più una questione di opportunismo o di sopravvivenza, che di convinzione politica o condivisione ideologica. Qui non si parla molto degli ebrei, eppure si ricrea un mondo di sospetti, delazioni, spie: tutti si osservano e spesso le denunce vengono fatte non tanto per ottenere qualcosa quanto per la paura di cosa potrebbe succedere se qualcuno scoprisse che una denuncia non è stata fatta. In questa ambientazione paranoica, è rinfrescante la stoica e pura ostinazione dei due protagonisti, che scelgono un’attività di resistenza forse poco importante, ma come sottolinea Otto, in fin dei conti è pur sempre un’attività  per cui stanno rischiando la vita, e a nessuno si può chiedere di rischiare qualcosa di più della vita stessa.

Nel mondo ricreato da Fallada, non ha poi molta importanza il risultato effettivo di queste azioni di resistenza, ciò che importa è che i protagonisti che si ribellano sconfiggono il nazismo in termini ideali, rifiutandosi moralmente di accettare la situazione esistente, sforzandosi di sovvertire l’ordine costituito, rischiando il tutto per tutto. Un romanzo certo angosciante, e triste, però anche bizzarramente speranzoso.

La notte ha cambiato rumore di María Dueñas

luglio 14, 2013 § 2 commenti

Ennesimo (casualmente) polpettone storico che mi capita tra le mani in questo periodo così consono. Affascinante, avvincente, avventuroso e persino romantico, La notte ha cambiato rumore racconta la storia di Sira Quiroga, una modesta sartina di Madrid. Sono gli anni Trenta e Siri sta per sposarsi quando conosce un uomo carismatico che le fa perdere la testa, la seduce e la porta via con se (ovviamente senza sposarla). A seguire rivelazioni familiari, un trasferimento nel Marocco spagnolo e improvvisi sconvolgimenti che costringeranno Sira a rimboccarsi le maniche e, grazie a nuove, impensabili amicizie, aprire un atelier ad Algieri. E sullo sfondo di una guerra civile, il regime franchista e le prime avvisaglie della seconda guerra mondiale, Sira viene invitata a dare il suo contributo in un modo che non avrebbe creduto possibile: facendo la spia. 

La notte ha cambiato rumoreAmmetto che la catena di avvenimenti in cui Sira rimane coinvolta sono piuttosto improbabili, e che la catena di incredibili disgrazie che la perseguita è davvero notevole, eppure sono piccolissime pecche in un romanzone di ampio respiro che coinvolge riuscendo anche a presentare delle ambientazioni storicamente interessanti e più generalmente anche piuttosto inedite (per lo meno rispetto alle mie solite letture). Il tema dello spionaggio è sempre affascinante, così come il mondo arabo, e in generale l’autrice riesce a creare molti personaggi secondari davvero accattivanti (Felix, Candelaria). E’ un romanzo di quasi settecento pagine, ma non le sentirete nemmeno, fidatevi! A quanto pare recentemente l’autrice ha pubblicato il suo secondo romanzo, spero mantenga lo stesso livello, io intanto lo segno per l’estate prossima!

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